La mia fotografia

October 11, 2016  •  Leave a Comment

Dopo anni che fotografo mi sono fatto una domanda. Una domanda che potrebbe sembrare scontata, ma che in me ha scatenato delle riflessioni, oserei dire, esistenziali e la cui risposta ho voluto cercarla nel mio profondo. Perché fotografo?

Uno scatto da "Il mio Diario per te"Uno scatto da "Il mio Diario per te"

 

Vorrei parlare di cosa significa per me la fotografia. Per me la fotografia, l’estetica della fotografia, nasce dal sentimento generato dalla percezione dell’esperienza del fotografo. Più semplicemente la fotografia è lo specchio dell’esperienza del fotografo, un’esperienza fatta dal momento che sta vivendo, dalla sua cultura, dalle sue preesistenze.

 

Viviamo in una società massificata, bombardati da media che non fanno altro che indurci a sognare mondi diversi, mondi altri che sono lontano da noi, da quello che siamo, solo con l’intento di farci sentire la necessità di ciò di cui non abbiamo bisogno a fini esclusivamente economici. Elevano i nostri standard di vita naturali per farci sentire la necessità di automobili sempre nuove, viaggi, orologi, beni di consumo, proponendoci subdolamente di diventare quello che non siamo. Questa è la nostra società.

 

Non nego la necessità dell’uomo di trovare la sua evoluzione, di espandere i propri orizzonti, ma non al costo di dimenticare le proprie origini, di tradire le proprie radici, di dimenticare quello che ci circonda, il luogo che viviamo, la vita di ogni giorno. La gentrificazione divora costantemente le tracce residue del nostro vivere quotidiano sostituendole con stereotipi artefatti frutto di studi di marketing. Sono scomparse le botteghe, gli alimentari sotto casa, i piccoli luoghi di aggregazione che davano un senso allo scorrere del tempo, sostituiti da supermarket, centri commerciali, multisale. Ma non è solo questo. In questa onnivora corsa al consumo sta scomparendo l’uomo, il suo pensiero, la sua sensibilità e la sua voce, sostituito da una moltitudine sempre più sorda ed insensibile alle esigenze dei singoli e delle minoranze.

 

Un po’ per tutto questo, un po’ per sopravvivere alle continue contraddizioni che tutto questo genera, siamo diventati sordi e ciechi a quello che ci circonda. La vita “ci” scorre grigia addosso nell’attesa della prossima iniezione di adrenalina, incapaci di ribellarci o anche solo di godere di quello che abbiamo vicino.

 

In questo quadro la fotografia ed il fotografo assolvono il compito di recuperare, con la propria visione, con la propria ed univoca sensibilità estetica, il mondo che ci circonda e restituirlo allo spettatore interpretato, digerito e ricomposto affinché ciò che gli viene celato, ritorni evidente con le dovute proporzioni.

 

Che sia il racconto di un luogo o di un fatto, la fotografia lo riporterà filtrato dal sentimento estetico del fotografo. Non esiste una fotografia obbiettiva, documentale, assoluta. La fotografia è solo soggettiva e quotidiana.

 

La fotografia a Km0 è per me intimamente connessa con il mio pensiero di sostenibilità e recupero di valori antichi e, forse, legata alla ricerca più profonda di me stesso e del senso di questa vita sulla terra. Oserei dire quasi una fotografia esistenziale.

 

Ho sempre avuto bisogno di sentirmi impegnato, di sentirmi parte di qualcosa, di capire quello che mi circonda, la natura delle cose. Nella mia vita ho attraversato periodi di grande sofferenza per via di inevitabili drammi familiari.  Ma non è stata una sofferenza fine a se stessa, la considero come un contributo alla mia formazione. Ho subito delle lacerazioni profonde, ma non le vedo come tali, ma come il mezzo attraverso il quale ho scoperto la mia anima sensibile. Oggi le ferite si sono rimarginate e guardo con orgoglio le cicatrici che mi hanno portato ad essere quello che sono. A volte rimpiango una sana dose di superficialità che mi dia quella leggerezza che mi permetta di evitare di scontrarmi spesso con le durezze della vita, ma in fondo non vorrei essere diverso.

 

Tutto questo ha accresciuto la mia capacità di essere empatico con il mondo, con i suoi problemi, di guardarlo con un occhio disincantato e di apprezzarlo nonostante le sue contraddizioni, senza fuggirlo.

 

Il mio spirito resiliente, che considero un po’ come un superpotere, mi consente di vedere il lato positivo nelle cose e di affrontare i problemi senza lasciarmi vincere, cercando soluzioni.

 

Tutto questo, messo insieme, ha una naturale influenza sul mio modo di vedere le cose, sulla mia fotografia. Forse per questo riesco in qualche modo ad astrarmi da situazioni genericamente riconosciute come di degrado ed a raccontarle con un occhio disincantato e distante ma mai distaccato. Sono sempre coinvolto in quello che vedo, ma a modo mio.

 

Non nego una certa dose di soddisfazione nel portare all’attenzione dello spettatore i punti critici e le problematiche del nostro vivere quotidiano, vestendole ed interpretandole di una “leggerezza” che possa bypassare lo shock violento del reportage per arrivare ad un livello più profondo di coscienza e di riflessione sulla società che viviamo.

 

Per me la fotografia ha un enorme risvolto sociale ed educativo ma penso che da tempo ne sia stato fatto un abuso determinato da necessità puramente mediatiche. Io sono più incline ad un approccio meno fondato sulla violenza dell’immagine e più sulla riflessione. In fondo penso che la poesia educhi più della cronaca.

 

Tutto questo in sintesi per testimoniare semplicemente il fatto che la fotografia è il nostro specchio. In fondo, ogni volta che guardiamo, che puntiamo il nostro obbiettivo verso un soggetto, che componiamo nella mente e poi attraverso il mirino quella piccola porzione di ciò che ci circonda fermando quell’istante, non facciamo altro che fotografare noi stessi.

 

Tante volte mi capita di andare in giro e di guardare, in macchina, in motorino, a piedi, senza avere l’apparecchiatura fotografica con me e mi rendo conto che il mio sguardo non si ferma, i miei occhi continuano a vagare sul paesaggio, incessantemente, alla ricerca di qualcosa, di un appiglio, di una chiave di lettura, di un’inquadratura, di un punto di vista, che prima di essere di una fotografia è il mio, della mia mente e della mia coscienza. E’ allora che mi rendo conto che il fotografare e l’essere un fotografo non è una professione, né un virtuosismo tecnico, né l’atto del riprendere la realtà con l’apparecchio fotografico e neppure la fotografia stessa. Essere un fotografo e fotografare è un modo di esistere e di rapportarsi col mondo. Se fossimo consapevoli di questo, capiremmo che le fotografie sono solo alcuni degli attimi di una vita passata a fotografare. E migliori saremo noi, come esseri umani, migliori saranno le nostre fotografie.

 

 

 

 

 

 


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