L'ultima spiaggia dell'umanità

November 07, 2016  •  Leave a Comment

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Sono 12 anni che vivo in una parte di Roma a me avulsa. Casalpalocco è molto differente dal luogo in cui ho vissuto per 37 anni. Ero un cittadino perfetto, nato a Piazza Bologna, vita di quartiere, stesso bar da quando ero piccolo, stessa gente, un piccolo paese immerso nella grande metropoli. All’improvviso, per vicissitudini personali, sono stato catapultato al limite estremo di Roma Sud, un luogo che noi di Roma Nord non abbiamo mai considerato.

Emigrato a Casalpalocco, ai confini della città da me conosciuta, ho iniziato ad orientarmi in un paesaggio totalmente diverso, straniante e desolato per uno come me proveniente dall’adrenalina, dalla confusione, dagli ingorghi, dal caos cittadino che però tanto mi rassicurava.

 

La skyline fatta di casette basse in stile anglosassone, alberi, prati e jogging, mal si intonava con la sostanza di un quartiere dormitorio, la cui vita sociale diurna, fatta di palestre, centri commerciali e supermarket si desertificava in una notte fatta di estrema solitudine.

Unica sua salvezza la vicinanza del mare. Non quello urbano di Ostia, quello di Capocotta, La riserva naturale del litorale romano. Un luogo selvaggio dove respirare la vera libertà.

In realtà c’ero già stato. Una volta, nei lontani anni 80, capitai lì per caso in un pomeriggio di un’estate torrida. Avevo 16 anni, varcai la soglia de “Il battello ubriaco”, uno dei chioschi alla ribalta delle cronache dei quotidiani per gli eccessivi festini, e mi trovai in un girone dantesco. Una musica assordante attraversava nuvole di un fumo dall’odore acre ed esotico simile a corda bruciata, corpi seminudi abbandonati sulla spiaggia, una polena di gesso trionfava di fronte alle vele spiegate di un albero da galeone spagnolo, indicando la via per il mare. Bevvi il mio primo mojto.

In realtà non ero pronto per tutto questo e di lì a poco fuggii in cerca di un luogo più tranquillo.

Ma Capocotta era li dà molto più tempo di me, simbolo di libertà, di anticonformismo, di potere per chi potere non vuole. La spiaggia dei romani e della romanità sapeva che le nostre strade si sarebbero incrociate di nuovo.

Così quando venni a Casalpalocco vent’anni dopo, e varcai di nuovo quel cancello, il nostro dialogo ricominciò da dove era stato interrotto per troppa paura di sentirmi libero. E’ vero, tanti eccessi erano andati via grazie alla regolamentazione imposta dall’allora sindaco Rutelli che aveva sostituito le gestioni abusive ed eccessive con dei chioschi regolamentati per dare vivibilità e sostenibilità ai cittadini romani ed all’ecosistema che li circondava. Ma l’essenza del luogo era ancora lì, immutata, quasi aleggiasse in quella brezza marina, quasi si nascondesse in ogni granello di sabbia, quasi vivesse nell’ombra di ogni ombrellone.

La libertà e la tolleranza, la natura e la civiltà sono ciò che mi ha subito colpito di questo luogo e poi ancora l’armonia delle persone, dei cittadini di Roma, con il luogo che li circondava.  GENTE DI CAPOCOTTAGENTE DI CAPOCOTTAStampa Giclée ai pigmenti d’inchiostro
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Del resto i romani “abitavano” questa spiaggia da sempre, la arredavano con il loro corpo, la amavano profondamente perché è il luogo che riusciva a farli esprimere al meglio. Per chi vive nella città eterna nessun altro terreno demaniale è mai stato così pubblico come la spiaggia di Capocotta: ci si sentiva liberi di andare dove si vuole, di fare ombra dove conviene, di parlare con chi si desidera, in una piazza che facilitava enormemente le relazioni, un messaggio, enormemente importante, contro la società dei consumi: le persone che vanno al mare erano felici, semplicemente per essere dentro all’ecosistema sociale della spiaggia, che non necessità dei bisogni effimeri creati dalla crescita economica che dividono e rendono schiavi.
A Capocotta non si andava al mare per stare da soli, ma per condividere la fonte di energia primaria, il sole, in compagnia per il piacere di far parte del paesaggio, paesaggio fatto di uomini, la più grande opera di land-art del mondo, ovvero l’Agorà.

Tutto questo catturò da subito la mia attenzione ed iniziai a diventarne il testimone, con la mia macchina fotografica, raccontandone le atmosfere, i volti, i gesti, la natura in un ritratto infinito del luogo e della gente che lo abita che dura da oltre 12 anni.

Raccontando un oasi di pace in cui i conflitti sociali, quelli politici e anche quelli economici non erano che un eco lontano che si perdeva nel rumore delle onde del mare. Un oasi fatta di tolleranza in cui hanno sempre convissuto tutti i generi umani, sociali ed intellettuali in un grande esempio di civiltà e di libertà.

L'ULTIMA SPIAGGIAL'ULTIMA SPIAGGIAStampa Giclée ai pigmenti d’inchiostro
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Quest’anno l’idillio è cessato, travolta dall’onda della mala politica, la politica per il potere, la politica lontana dalla gente, Capocotta è stata chiusa. Ottusi governanti lontani dal loro popolo in preda al delirio giustizialista di chi sta per essere deposto e cerca, annaspando, di correre al riparo dai danni che esso stesso ha causato con la propria corruzione, hanno posto sotto sequestro l’intera spiaggia, negandone l’accesso a tutti i cittadini, privandoli della loro oasi di libertà.

Immediata è stata la reazione di tutti. Migliaia di cittadini si sono associati spontaneamente su una pagina di Facebook intitolata “I love Capocotta”, manifestando apertamente il loro dissenso, testimoniando con foto e commenti tutto l’amore che avevano per il luogo in post commoventi, indignandosi contro le istituzioni che nei mesi successivi rincaravano la dose degli annunci mediatici con parole chiave come “ruspe”, “mafia”, “legalità”, “abusi”. Parole atte solamente a dimostrare una politica esibizionista e vuota, lontana dalle esigenze di chi dovrebbe difendere, i cittadini.

“Ostia, esercito e ruspe: così si abbatteranno gli abusi sulle spiagge”

“Capocotta, la demolizione degli abusi affidata all’esercito”

Questi sono solo alcuni dei titoli apparsi sulla stampa, scritti da giornalisti e dettati da politici che a Capocotta probabilmente non ci sono mai stati. Forti con i deboli, deboli con i forti, come hanno dimostrato altrettanti tentativi di sopprimere veri abusi in cemento nella vicina Ostia mai portati a termine per ovvie connivenze.

Una battaglia fra i cittadini uniti e la mala politica culminata in una manifestazione sulla spiaggia cui hanno preso parte più di 2000 persone lo scorso 17 aprile.

LIFE IS A BEACH ALIFE IS A BEACH AStampa Giclée ai pigmenti d’inchiostro
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Oggi l’estate è iniziata e grazie al costante pressing emotivo della pagina, le istituzione scollate dai cittadini, per puri motivi elettorali, hanno concesso di riaprire dei simulacri dei chioschi precedenti, senza salvataggio, senza ristorazione e, probabilmente, dal destino incerto per l’impossibilità di ricreare un’economia sufficiente alla loro stessa sopravvivenza.

Guardandomi indietro oggi, anche alla luce del risultato delle elezioni amministrative, è bello constatare come Capocotta sia stata ancora una volta il terreno e lo spunto per la battaglia per la libertà dei cittadini romani, uno scontro per la civiltà combattuto su “L’ultima spiaggia”.

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