A volte basta sbagliare strada, spegnere il navigatore per perdersi in paesaggi onirici ai confini di ciò che conosciamo. Ogni tanto mi piace farlo, giro a destra, così per caso, per perdere un orizzonte conosciuto e ritrovare me stesso in un mondo sconosciuto.
A volte può essere necessario perdersi per comprendere il senso e la bellezza di quello che ci circonda. Perdersi per riprendere le distanze. Perdersi per avvertire nuovamente quella sensazione di spaesamento e libertà possibilistica che è il motore della nostra vita. Una vita spesso ingabbiata, controllata, ordinata, guidata, ma che ci toglie la liberta di sentirci i proprietari di noi stessi. E da qui la necessità di avvertire il vuoto. Un vuoto inteso come possibilità, un vuoto da riempire, di cui essere protagonisti ed esploratori. E’ quello che mi accade quando vado in macchina, decidendo di svoltare a caso, lungo un tragitto noto e di abbandonare il navigatore e la strada conosciuta, magari a pochi passi da casa. All’improvviso trovarsi proiettato in un mondo inimmaginabile, un territorio inesplorato, da’ una sensazione di immediata euforia per l’imminente esperienza che si sta per vivere.

Voglio citare un articolo trovato in un blog di Monica Guerra.
“C’era una volta una bambina a cui piaceva molto perdersi. Lo faceva bene, perché poi era brava a ritrovarsi… quando decideva di perdersi andava nel grande prato dietro casa, lo attraversava tutto, si affacciava al limitare della foresta e s’incamminava all’ombra dei grandi alberi, che diventavano sempre più grandi e sempre più fitti”

Dire che la natura è vuoto è affermazione che odora di scandalo. Chiunque attraversi un parco o un bosco sente di attraversare luoghi di pienezza: è una sensazione che riempie gli occhi, le mani, le narici, i polmoni, le gambe. È bellezza che invade i sensi, ma anche che riempie la mente e dà respiro all’anima, che nutre. E nessuno sente di essere nutrito dal vuoto.
Tuttavia, se scegliamo la declinazione di vuoto non come di ciò che è privo di contenuto, ma come spazio libero, privo di frapposizioni, allora l’affermazione appare prendere un altro corpo, più promettente. Il vuoto a cui ci riferiamo qui riguarda in primo luogo ciò che non è strutturato, che però non significa senza struttura: non strutturato inteso come non predefinito, predeterminato, già saturo di qualcosa, spesso scelto da altri. Allora il vuoto appare come ciò che è privo di risposte, ma non privo di domande: uno spazio per la ricerca, fatto di osservazione e ascolto, di ipotesi e tentativi; uno spazio per la libertà, non intesa come assenza di regole, ma come possibilità di scelta e, dunque, di responsabilizzazione; uno spazio della creazione e, con ciò, della conoscenza.
Quello naturale è allora uno spazio vuoto in modo differente da quelli artificiali, normalmente costruiti proprio per essere riempiti, perché è vuoto solo se si cerca una preorganizzazione, una predefinizione dei percorsi. Lo spazio naturale è invece spazio da attraversare, lungo una strada in cui il percorso si ridefinisce ad ogni passo. Senza timore degli spazi vuoti, delle pause, dei silenzi. Per questo quello naturale è vuoto rigenerante, generativo, compensativo anche, perché istituisce un altro spazio e un altro tempo, nuovi sia per i bambini e i ragazzi, sia per gli educatori e gli insegnanti.
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